INTERVISTA A GIORGIO LANCINI, LA PERSONA DIETRO UN GRANDE TEAM

GB RIFAR TEAM vi dice niente? Masiero, Milivinti, Farina? Esatto…sto parlando del team che in questi anni ha rappresentato degnamente l’Italia nel circuito mondiale di downhill e enduro. Ebbene, l’esistenza di questa squadra è indiscutibilmente legata a Giorgio Lancini, presidente e ideatore del progetto.
Le domande poste in questa intervista sottolineano quanti sforzi (economici e non) e quanta passione servano per creare e mantenere una struttura del genere, ma, soprattutto permetteranno di scoprire chi è Giorgio, il suo pensiero, la sua persona, attribuendogli il giusto merito (qualora ce ne fosse bisogno) per ciò che egli (con l’aiuto degli sponsor/amici) ha fatto in questi anni, dando voce internazionale al nostro settore offroad.
Buona lettura.

  • Ciao Giorgio. In primis, volevo ringraziarti per avermi concesso questa intervista, quindi, iniziamo dalle origini. La prima volta che ti vidi (in Maddalena qualche anno fa) avevi sul portabiciclette dell’auto una specialissima da strada ed una Demo da dh “ritirata il giorno prima”. Forse quel portabici era il simbolo dell’inizio di una nuova avventura? Raccontaci come ti sei avvicinato al mondo gravity.

Ciao Fabio, sono io che ringrazio te. Mi ricordo benissimo quel giorno, arrivavo da un brutto infortunio con la bici da corsa e questo mi fece riflettere molto sulla pericolosità di quella disciplina, la strada, le auto, le buche, l’asfalto, il traffico e le protezioni al minimo pur viaggiando a velocità che sfiorano i 90 km/h in discesa.

A quel punto ho deciso di cambiare e volendo iniziare con la mtb ho deciso per la disciplina più tecnica, ovvero il DH.
Quel giorno mi sentivo veramente fuori posto ogni metro di discesa mi sembrava un’impresa.
Ma poi mi sono accorto che in quel contesto non c’erano ragazzi che si sfidavano ma amici che si divertivano ed aiutavano gli altri sempre con il sorriso, quello è stato l’inizio.

  • La tua passione ti ha portato a investire nel progetto GB RIFAR TEAM, ovvero una squadra di caratura internazionale, rivolta al confronto dei propri atleti nel circuito mondiale (enduro e dh) ed alla valorizzazione degli stessi. Con quali obbiettivi e quali speranze hai intrapreso tutto ciò?

All’inizio era l’dea di mettere assieme un gruppo di amici e di fare una squadra locale che potesse divertirsi a livello regionale e nazionale.

Logicamente quando fai un team cerchi sponsor, questo mi ha portato a conoscere una persona speciale, ovvero, Davide Bonandrini, boss della Dsb (brutto carattere, ha sempre torto, si infuria per niente…. Ahahah scherzo quasi su tutto) che mi ha portato a far crescere il team.

Il secondo ed il terzo anno ho cercato di creare un gruppo compatto, che comprendesse atleti delle due discipline enduro e dh, rendendo più facile per gli atleti più giovani l’inserimento agonistico.

A livello internazionale eravamo carenti, non per mancanza di atleti validi, ma, il più delle volte, era dovuto a mancanza di budget.

Se guardo l’ultimo hanno posso dire di aver avuto atleti in tutte le categorie, junior ed elite, uomini e donne e tutti con risultati ottimi.

  • Parliamo di atleti. Negli anni di esperienza internazionale ne hai conosciuti molti e credo che ti sia potuto fare un’idea ben precisa delle caratteristiche e della mentalità che un atleta deve possedere per competere ad alti livelli. Vorrei che tu esprimessi il tuo pensiero e se possibile dirci a che livello siamo “in casa nostra”.

         Sempre sul tema. Quali sono le maggiori difficoltà che hai riscontrato nella gestione degli atleti?

Personalmente, mi è capitato di vedere molti “profeti in patria” che al primo confronto internazionale hanno preso bastonate a destra e a manca. Non c’è secondo te una mancanza di umiltà e uno scarso senso del sacrificio? Siamo coetanei e di atleti con l’approccio di uno Zanchi, di un Bonanomi, di un Herin o di una Bonazzi dei tempi d’oro…non mi sembra che se ne vedano molti.

A livello di caratteristiche e mentalità, nella DH l’esempio che mi piace di più è quello di Gwin, atleta fenomenale che ha dimostrato che oltre al mezzo c’è l’uomo, non ha mai preso una scusa, non si è mai nascosto dietro rotture forature, voli, o altri inconvenienti.

Qualsiasi problema era lui la causa e lui era la soluzione.

Molte volte ha avuto sponsor di seconda e terza fascia ma, questo non gli ha impedito di vincere.

Da noi molte volte gli atleti imputano al materiale o alle condizioni del tracciato eventuali risultati negativi, la verità è che la testa pesa come le gambe, partecipare ad una gara internazionale deve essere vista come un punto di partenza e non un punto di arrivo.

La situazione in Italia non è delle più rosee, abbiamo molti atleti tecnicamente validi ma con pochissima esperienza internazionale, la scuola non fa niente per aiutare questi sport (in Francia nelle località specializzate gli alunni fanno due ore di Dh come sport scolastico e poi tornano sui libri), il CONI passa alla nazionale di DH (voglio ricordare i titoli europei vinti lo scorso anno) circa 15/20.000 € all’anno per trasferte comprensivi di vitto ed alloggio e questo mi sembra assurdo.

Gli atleti il più delle volte vedono questa disciplina come puro divertimento…questo va bene…poi però quando diventano “grandi” e decidono di fare i Professionisti si dimenticano dei doveri.

Un esempio di tali “dimenticanze” sono le pubblicazioni sui social network, l’abbigliamento, il rispetto dei sponsor e del materiale che ci forniscono, il comportamento sotto il gazebo…tutte cose che dovrebbero essere l’abc ma che tante volte gli atleti trascurano. Da parte mia devo dire ho quasi sempre trovato atleti disponibili ed educati anche se…poco social.

Mi hai nominato Gli Atleti che hanno fatto la storia di questa disciplina.

Bruno è un amico ed è l’esempio più rappresentativo di come dovrebbe essere gestito un team e come deve essere affrontata una stagione. La sua professionalità è esemplare, le sue regole sono rispettate e la stima che tutti hanno nei suoi confronti è meritata. Se oggi tra gli atleti italiani ci fosse un Bruno Zanchi, un Herin o un Bonanomi, probabilmente uno di loro sarebbe sicuramente tra i primi posti nella overall di world cup.

  • Poniamo il caso che domani tu scopra un talento nostrano (o che tu l’abbia già scoperto). Che consigli gli daresti? Come dovrebbe muoversi e in quale direzione per cercare di far diventare la propria dote la base della sua professione?

Il primo consiglio sarebbe essere umile, vincere tutte le gare locali non basta per essere campione, c’è sempre qualcuno più bravo di te, o più concentrato o più esperto.

Un ragazzo con molte prospettive che ho avuto la fortuna di avere con me è Giacomo Masiero, bravo ragazzo con molto manico, ma con poca esperienza, una gara inizia ancora prima di partite, studiare il percorso, studiare le traiettorie, non rischiare troppo in prova per poi dare tutto alla gara, controllare e ricontrollare tutto.

Se giacomo riesce a fare questo salto mentale, tra un paio d’anni potrà arrivare nell’olimpo del dh.

  • La world cup è indiscutibilmente uno spettacolo dal fascino grandioso. Dietro le quinte vi è un lavoro immenso per i team, organizzare le trasferte, voli, trasporto dei materiali, prenotazioni paddock, hotel…insomma un gran casino. Tuttavia, esserci è un privilegio e un motivo d’orgoglio. Forse in questa ultima affermazione risiede anche un limite della mentalità nostrana? Esserci è bello ma cosa manca (sempre che manchi qualcosa)?

Come ti ho detto prima, se ogni gara per il team è uno sforzo organizzativo ed economico, per qualche atleta è un punto di arrivo invece di essere un punto di partenza.

Mi ricordo l’EWS a finale ligure di 2/3 anni fa, gli italiani accreditati come possibili Top-Ten, a fine gara erano spariti…se non ricordo male 12 francesi di 18/20 anni sconosciuti che si erano piazzati nei primi 2° posti.

Poi leggo le interviste a molti atleti nostrani, e leggo che il problema erano alcune PS troppo diverse tra loro, il meteo che aveva influito negativamente, il materiale che non era idoneo perché in una speciale di rischiava di tagliare le gomme (molti dei francesi avevano gomme da Dh altri da cross country), mai era la colpa loro.

Come a tutti capita di sbagliare ed in quell’occasione molti tornarono con i pieri per terra

  • Quali sono le persone che più ti hanno aiutato/supportato in questa avventura?

Questa risposta è facile!!!!

Davide bonandrini, Giangi’s bike (Gianluca, Mauri, Ivan) i primi anni anche il mio ex amico Alexander (Sponsor), i due meccanici che mi hanno aiutato rinunciando a molto del loro tempo come Andrea Gotti e prima di lui Giorgio Paderno, la mia famiglia, poi l’elenco sarebbe lungo ma mi fermo qua….

  • La più grande soddisfazione e la più grande delusione.

La piu grande soddisfazione è stato il titolo europeo DH di Eleonora Farina…mi ha reso orgoglioso, la più grande delusione la vorrei tenere per me, non sono mai stato bravo a puntare il dito contro qualcuno.

  • Ho improntato questa intervista su ciò che più mi interessa, ovvero, la persona Giorgio Lancini e il suo team. Tuttavia, non sarebbe giusto non fare un bilancio della stagione 2018 che più di una soddisfazione ha portato.

Diciamo che la stagione 2018 era iniziata nel peggiore dei modi, infortunio alla Farina a Raimondo ed a Milivinti, abbiamo perso la trasferta della Croazia a causa di un atleta con documenti scaduti…ho perso lo sponsor principale, abbiamo avuto la squalifica di Matteo a causa di una leggerezza che ha avuto (un peccato in quanto ragazzo serio e professionale), poi però la situazione è migliorata sono arrivati titoli sia nell’enduro che nel Dh… resta comunque il 2017 la stagione migliore della squadra.

  • Quali sono i progetti per il 2019?

Purtroppo per me, il 2019 sarà un anno dove sarò obbligato a stare alla finestra, la mancanza del main sponsor, la mancanza di tempo non mi permettono di affrontare la stagione.

Gestire un team enduro ed uno dh a livello internazionale richiede molte energie e se non sono sicuro di portare a termine il progetto, preferisco non iniziare.

Vorrei trovare il tempo per ricominciare a pedalare, 2015, 16 e 17 sono stati anni pieni di infortuni, se avrò un po’ di tregua, il 2019 sarà l’anno che mi vedrà al via di qualche manifestazione come amatore.

  • Torniamo a qualche anno fa ed all’immagine di quel portabiciclette. Oggi, rifaresti tutto?

Si, sicuramente, rifarei tutto.

Le persone che ho incontrato mi hanno dato molto, questa avventura mi ha permesso di conoscere tanti ragazzi in gamba, Petissi, Rodella e tutti gli altri ed i tanti genitori appassionati come i Prandelli ed i Tasso solo per nominarne alcuni…

Un grazie lo dico io a chi tutti i giorni si dedica con passione a questa disciplina…

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