PIER PAOLO MARANI: LO SGUARDO OLTRE IL FUTURO

E’ con grandissimo onore che sulle pagine di questo blog, ospito una figura iconica del gravity internazionale; Pier Paolo Marani, conosciuto da tutti come Pippo Marani, ovvero, Mr. Black Snake. Ridurre l’apporto che egli ha dato al gravity, alla sola creazione della citata pista di World Cup, sarebbe un eresia. Marani è una vita su due ruote, preferibilmente in discesa. Non solo precursore dei tempi e con il costante sguardo rivolto alle novità…la sua passione, l’amore per la bici, lo porta a guardare oltre il futuro, sognando nuovi scenari che diventeranno nuove avventure e che gli altri prima o poi  faranno proprie in qualche format.

Vi invito alla lettura di queste quattro chiacchere fatte a ruota libera e come dice lui…Yeahhhh!!!!!!

 

  1. Ciao Pippo, innanzi tutto grazie per avermi concesso questa intervista. Vorrei iniziare con una breve introduzione di te. La mia generazione gravity addicted (quella dei 40+) non può non conoscerti, tuttavia, per i più giovani tu sei il creatore della mitica, amata e odiata Black Snake di Val di Sole. La Black Snake rappresenta il coronamento di un sogno iniziato tanti anni fa, in mezzo tanta fatica e tanta passione…raccontaci un po la tua vita a due ruote come è iniziata e come si è evoluta.

Ciao Fabio…eh…c’è una vita da raccontare!!!! Ci provo. Io nasco ciclisticamente come corridore su strada, da esordiente sino alla categoria dilettanti ho sempre corso ottenendo anche degli ottimi risultati, ero un velocista, la velocità era il mio mood agonisticamente parlando. Smesso la carriera stradistica, ho sempre mantenuto la passione per la bicicletta. Correvano i primi anni ottanta, anzi, per la precisione era il 78 e arrivavano in Italia le prime mtb che, onestamente, erano delle bici strane, ibride, in una parola “che non si potevano vedere”. Detto questo, la mia curiosità, il mio animo, mi porto ad avvicinarmi alla bmx, che ben si addiceva alle mie caratteristiche. Il 1 aprile 1984 partecipai alla prima gara di bmx in Italia, organizzata a Forlì dalla Polisportiva Otello Buscarini. Si può dire che proprio quella fu la data, in cui a livello nazionale nacque il gravity (in senso ampio). Ad ogni modo, iniziai a gareggiare ottenendo ottimi risultati, tra cui il titolo di campione europeo nel 1988. Tuttavia, paradossalmente, “ero già vecchio allora”, in quanto avevo 24 anni ed iniziavano ad emergere ragazzini dotati di gran manico. Continuai a gareggiare sino al 1989, prendendo parte alla coppa del mondo che conclusi con un terzo posto nella overall. La mia curiosità era però attirata dalla mtb e soprattutto dalla downhill. Come detto, nasco velocista e sapevo bene cosa erano le discese con una bicicletta e le sensazioni che ti davano. Insomma, informandomi, reperendo quel poco che si trovava di cronaca sportiva americana, avevo percepito che negli usa stava prendendo piede la downhill, intesa come discesa pura con la mtb. Dopo qualche tempo anche in Italia arrivarono le prime gare di “discesa”…se cosi si potevano definire. E qui specifico…forse non tutti sanno che il primo circuito di discesa organizzatao in Italia fu il Criterium…la cui prima gara assoluta si disputò a Tivoli…bene…il percorso era di 26 chilometri!!!!! Secondo voi poteva essere una gara di downhill????. La mia voglia di pedalare, la passione per la bici, fece si che iniziai la mia nuova avventura con la mtb, prendendo parte a tutto il Criterium, ricordo che le altre tappe erano Fabrosa Soprana e Rocca Giovine. Ovviamente su tali percorsi si correva con mtb rigide, i più fortunati avevano una forcella con 50 mm di escursione…preistoria confrontandola con i giorni attuali!!!

Da lì, la mtb ed in particolare la downhill è diventata parte della mia vita.

  1. A metà degli anni 80 sei stato uno dei primi in Italia a credere nella mtb, più precisamente a ciò che essa rappresentava ed alle sue potenzialità. Quali furono gli elementi di fascino maggiori, cosa vedevi nella mtb? La tua risposta serve a far capire e riscoprire l’essenza di questo fantastico mezzo…che forse oggi si è un poco persa.

Sicuramente l’essenza era la voglia di scoprire cose nuove, la voglia di gareggiare, di divertirsi, di condividere…era un mondo nuovo, tutto da scoprire, all’epoca eravamo tutti pionieri. Tanto per dirti, prendeva parte alle gare gente che all’esordio vinceva tutto poi spariva, crossisti che provavano e mollavano, stradisti, gente che veniva dal bmx…insomma…c’è stato e si è visto di tutto a quei tempi, proprio perché c’era fame di divertirsi e provare cose nuove.

  1. Hai vissuto la mtb sempre in modo molto attivo ed intraprendente. Tutto ciò che non esisteva lo creavi!!!! Così è iniziata la tua storia di trail builder, quando nel 1990 creasti la prima Monte Cimone Down Hill a Fanano (Cimoncino), ovvero la prima gara di dh moderna (risalita meccanizzata, lunghezza percorso, pendenza). Cosa muoveva tale intraprendenza, quale era lo spirito in un epoca in cui i numeri e la diffusione del dh erano molto diversi da quelli di adesso? Ti pongo tale domanda in quanto oggi l’approccio alle discipline gravity è ben diverso…addirittura si arriva a scegliere la bici in base a ciò che esiste oppure no intorno a noi. Manca forse la “visione” (cit.)?

Premessa: come ti ho detto avevo partecipato alle prove del Criterium, però, avevo un tarlo che mi ronzava in testa e ciò che mi chiedevo sempre era: “scusa ma perché una gara di discesa deve aver dentro le salite? Se è discesa…che le gare siano in discesa”. Fu così che nel 1991, dopo il criterium mi venne data la possibilità di organizzare la prima gara di downhill, tracciata da me, con impianto di risalita meccanizzata. Fu a Fanano, località che per prima vide le potenzialità dello sfruttamento degli impianti d’estate a favore della mtb. Organizzai la prima Monte Cimone Downhill, un campionato regionale, con percorso realmente in discesa, intesa come piace a me, tecnica, veloce, scassata, nonostante le bici di allora. Pensandoci bene…forse era un po troppo veloce e scassata per quei tempi…ah ah ah ah!!!

Morale della favola, quella gara piacque moltissimo e nonostante gareggiassi, partecipando anche alla world cup, trovavo il tempo per tracciare qualche percorso.

Sestola è stata la mia palestra, proprio lì nel 96 mi venne proposto di tracciare il percorso per il campionato regionale (il secondo dopo quello del 91). Da quel momento iniziai a coltivare il sogno di tracciare per i migliori, per i top riders.

Dal 96 al 2006 ho tracciato a Sestola, esperienza che mi ha insegnato tantissimo e che poi mi ha permesso di creare tutto ciò che è venuto dopo.

La linfa della mia intraprendenza, come quella di chi partecipava alle prime gare di dh, era, come detto prima, la voglia di scoprire un mondo nuovo, alla fine tutto da creare, condividendo ciò che facevi con chi aveva la tua stessa passione. La novità della disciplina portava tanta gente affamata di adrenalina ad avvicinarsi ed i numeri non erano neanche così bassi, c’erano gare con 200 iscritti, addirittura casi in cui si arrivava a 300.

La cosa bella era che chi partecipava proveniva dai settori più disparati, sci, snowboard, motocross, strada, motociclismo.

Era un epoca in cui sperimentazione fame e voglia di fare la facevano da padroni.

  1. Sempre parlando della tua “visione”, fosti uno dei primi a dare rilievo al movimento dh con il Randagio Day, da cui poi nacque il Funky Day (lo scorso anno tornato proprio a Montecreto). Che importanza ha l’organizzazione di eventi come quelli citati? Non credi che oggi i media e le aziende di settore dovrebbero investire di più in essi? Ciò in un momento in cui se si lascia che la “socializzazione” viaggi solo sul web, si rischia di perdere ciò che di concreto esiste.

Il randagio Day, nacque proprio per esaltare e consolidare quella voglia di condivisione di cui sopra. Ad essere sincero, il primo ritrovo o happening, non fu opera mia, bensì del Picce, Maurizio Spoladori, un rider di Sintesi, che nel dicembre del 91, anno in cui si disputarono i mondiali al Ciocco, decise di organizzare una festa tra tutti coloro che partecipavano alle gare, presso la pista di bmx di Creazzo. Si chiamava Extreme Bike e la formula era molto semplice: gente che condivide la stessa passione, un po’ di sana competizione con qualche garetta in bmx e in xc, tanto divertimento e tanta goliardia. L’anno successivo mi presi la briga di organizzare in prima persona e dato che il mio soprannome era “il randagio”, lo chiamai Randagio Day. Per me era l’occasione per ringraziare tutte quelle persone e tutti quei team che mi avevano aiutato nel corso della stagione. In particolare, squadre come Sintesi, Bianchi, Cannondale, avevano mezzi e risorse che un privato non poteva permettersi e più di una volta proprio da queste capitava di ricevere un aiuto, un appoggio. Con il Randagio Day, riusci ad unire la festa al modo di ringraziare. Il Funky Day, non organizzato da me, ne riprendeva il format, ovviamente organizzato molto più “in grande” e con una filosofia leggermente differente. Il Randagio Day ha avuto una vita ventennale e riscosso un successo inaspettato. Dai primi ritrovi in cui eravamo una cerchia ristretta tra cui Zanchi, Bonanomi, il povero Herin, Bonazzi, Migliorini, Locchi, arrivarono al decennale 150 presenze. L’epoca del Randagio Day si è chiusa due anni fa, a Fanano, al compimento del suo venticinquesimo anno ed è stata l’occasione per festeggiare l’ingresso di Giovanna Bonazzi nella Hall of Fame. E’ stata una festa memorabile in cui c’erano tutti, ma…veramente tutti e per l’occasione, per omaggiare Giovanna, le ho fatto un piccolo presente invitando Missy Giove.

Detto questo, stiamo parlando di un epoca fa.

Oggi la situazione qual’è? Bhe…è ben diversa e ciò che fa la differenza sta nel fatto che le aziende preferiscono investire risorse in altri modi, non di certo nell’organizzazione di eventi aggregativi per un movimento. Non è un fenomeno di adesso, anzi, si può dire che esso sia cominciato già negli ultimi anni novanta, quando aziende come Bianchi, Sintesi, Cannondale ed altre decisero di ritirarsi dalle competizioni dh, proprio per investire su altri fronti, o meglio, su altri aspetti del movimento bici. La dh in Italia è e resterà una nicchia.

Attualmente non vedo ulteriori aspetti di diffusione, tantomeno, alcun imput allo sviluppo socializzativo di ciò che esiste.

  1. Anni 90. Sei un ottimo downhiller, con buoni risultati anche a livello internazionale. Nel 1998, diventi delegato tecnico downhill FCI. Nello stesso anno nasce il progetto Val di Sole. Raccontaci come è andata.

Allora…in quell’anno avevo organizzato il primo circuito italiano di dh, tra l’altro vinto da Corrado Herin. In qualità di delegato tecnico, venni contattato dalla Val di Sole, che aveva presentato la propria candidatura per i mondiali. La Val di Sole, aveva sulla carta tutte le caratteristiche adeguate; impianto di risalita, località alpina, una zona adiacente per allestire il paddock. Insomma, venne il giorno dell’ispezione del sito cui oltre a me partecipò una delegazione del posto e Martin Whiteley (manager Aaron Gwinn) in qualità di capo delegazione UCI. Io al primo ingresso nel bosco esclamai “è il mio bosco…devo a tutti i costi tracciare qui”, me ne innamorai. Alla fine dell’ispezione il delegato UCI disse di iniziare a organizzare qualche gara, giusto per rodare l’insieme e prenderne le misure e la delegazione della Val di Sole mi chiese se volessi incaricarmi di tracciare. La mia risposta fu un sì immediato. Da allora per 20 anni la Val di Sole è stato il mio bosco o, forse, “il bosco”.

  1. Tu sostieni che la distinzione piste belle/piste brutte non faccia parte della tua forma mentis. Allo stesso tempo per i tuoi gusti una pista deve essere tecnica, dura e veloce e soprattutto, al servizio del rider. In buona sostanza è l’essenza della tua Black Snake. Cosa intendi per rider che esalta la pista? Inoltre, mi piacerebbe sapere quali sono stati i parerei dei campioni che hanno calcato la BS che più ti ricordi e, perché no, le imprecazioni che ti hanno mandato. Credo che ad un tale Sam (ndr. Hill) bruci ancora un po’!!!!!!

Esattamente…quando traccio una pista non parto con l’idea di fare una pista in un determinato modo. Ciò che esalta la pista è unicamente il rider, con il suo stile di guida, il suo modo di interpretarla e di affrontarla nell’insieme degli elementi che compongono l’outdoor, fango, neve, nebbia, secco, sassi, chi più ne ha ne metta. Ovviamente, la pista è essa stessa uno di questi elementi, è il terreno su cui ci si misura. La Black Snake è l’espressione di come io intendo una pista, rispecchia il mio gusto, se vuoi chiamalo old school (che per conto mio paga sempre) e sono orgoglioso di come sia uscita. Mi spiego: a me non interessano paraboliche, passerelle in legno, strutture artificiali, trappole o trappoline, a mio parere tutte queste cose non servono. In una pista di coppa devono esserci, 3 o 4 punti chiave del percorso che ti permettano di “fare la gara”, per farti un esempio è come se su un piano mettiamo due o tre birilli e vince chi passa più veloce senza abbatterli…come vedi nella semplicità trovi la difficoltà della sfida e non serve inventarsi qualcosa di artificiale per arricchirla. La Black Snake è tutto ciò, ovvero, una pista al servizio dei riders, di tutti i riders dal primo all’ultimo, su cui misurarsi e esaltarsi. Una pista dura? Sì, forse la più dura (a detta dei riders), ma, questo era proprio il mio intento ed ovviamente la mia firma.

Con una pista così è scontato che abbia ricevuto complimenti e imprecazioni e nel corso degli anni il confronto con i riders è sempre stato costante. Un confronto di certo produttivo e costruttivo anche se alla fine…ho sempre fatto come volevo e ciò ha pagato.

L’imprecazione più bella…”fuckn shit man!!!!”, per me il più grande complimento.

Tutti i riders che escono da quel bosco per me sono top riders, conoscendo le difficoltà che esso comporta ed io nei vent’anni di gare sono sempre stato all’arrivo ad accoglierli e a fare i complimenti, tutti, tutti, tutti, meritano il mio plauso, dal primo all’ultimo.

Certo, accanto a queste positive imprecazioni, c’è stato chi mi ha criticato, chi mi ha detto “hai fatto la pista per gli inglesi, piuttosto che per i francesi o gli americani”. Ciò che mi rammarica un poco è che tali critiche siano arrivate dagli italiani…tuttavia…la Black Snake quella è.

Per quanto riguarda Hill e la sua curva…ti svelo un aneddoto!!! Il mondiale del 2008, fu preceduto dal test event, che Hill vinse. A fine gara mi chiamò e complimentandosi per la pista mi suggerì un paio di modifiche. Andai con il suo meccanico e Fairclough (suo compagno di squadra nel team Iron Horse Monster Energy) a visionare il percorso e apportai determinate modifiche. Quando ci fu il mondiale, quel famoso mondiale, all’arrivo di Hill ero lì…lui non mi disse nulla, ma, ho ancora in mente il suo sguardo, mi guardò come a chiedermi scusa, scusa per la caduta. Credetemi, era impossibile per chiunque stare in piedi alla velocità con cui prese quella benedetta/maledetta curva…andava troooppo, troooppo forte.

  1. Sempre parlando della tua creatura Black Snake, mi accennavi tempo fa che non ti saresti più occupato della tracciatura per gli anni 2019 (3-4 agosto) e 2020 (dh Worlds). Molti, considerato quanto successo nel 2018, potrebbero pensare ad attriti con le esigenze mediatiche di RedBull. Ti va di chiarire l’accaduto?

Premetto che la Val di Sole e la sua gente per vent’anni è stata la mia famiglia. Sono stati anni stupendi, intensi, faticosi, pieni di emozioni e soddisfazioni. Ciò premesso non molto tempo fa mi sono trovato con l’organizzazione VDS, la quale mi ha spiegato i progetti nei prossimi tre anni a venire e mi ha richiesto di collaborare. Questi i fatti e per la precisione dopo ciò che è accaduto l’anno scorso, ho deciso di fare quattro passi indietro. Attualmente nell’organizzazione ci sono giovani motivati che spero possano fare bene e tenere alto il nome e la fama conquistata, se a loro servirà un consiglio o una dritta, io ci sono.

Però…però, sai che quest’anno si terranno a Mt. Saint Anne i mondiali di e-bike, ebbene, l’UCI, proprio in contemporanea, quindi il 3-4 agosto mi ha chiesto di tracciare in VDS un percorso per e-bike, quindi, scendo dal treno della dh per salire su quello della e-bike, per cui, se tutto sarà confermato traccerò per la e-bike, farò una Black Snake Up…ah ah ah ah!!!

Ripeto…questi sono i fatti, tutto il resto sono chiacchere, non c’è altro da aggiungere e di certo RedBull non c’entra niente.

  1. La tua inarrestabile vena creativa e da precursore delle tendenze, ti ha portato a capire per primo la potenzialità racing del fenomeno e-bike. Lo scorso anno hai addirittura organizzato una gara “guardacaso” con la formula che poi quest’anno l’UCI ha adottato per il mondiale E. Insomma…l’e-bike domina il mercato, il race si sta facendo largo…chi meglio di te può dirci cosa succederà? Inoltre, chi conosce il tuo spirito sa bene che non sarai un semplice spettatore, hai in programma qualcosa per questo 2019?

Come ti dicevo prima, se tutto viene confermato, organizzerò e traccerò in Val di Sole per la e-bike, dando inizio ad una nuova avventura (mi piace definirla così). Tra l’altro è cinque anni che pedalo una e-bike e devo ammettere che è un mezzo che mi piace molto, apre nuove prospettive. L’anno scorso… è vero, ho organizzato una gara di e-bike che diventerà famosa come la gara con meno partecipanti, pensa, eravamo in otto, di cui due avevano noleggiato la bici dieci minuti prima e la formula era quella poi utilizzata dalla UCI per il mondiale di quest’anno, ovvero una sorta di short track, 25 chilometri, batteria unica e a tutta, gomito a gomito, una formula che ricalca il mio spirito. Cosa succederà? Sai è difficile prevederlo, dal punto di vista tecnico le bici diventeranno più performanti, sia nella ciclistica che nell’elettronica. Secondo me in ambito race, da qui a poco non avremo solo le gare di enduro, bensì credo che possa prendere piede anche il marathon, l’xc, lo short track…insomma è un nuovo mondo, del pari credo che prenderanno piede i raduni dal momento che sempre più gente usa questo mezzo. La e-bike apre realmente nuovi scenari fututri.

Altra cosa, ti/vi do una news. Il 13 ottobre organizzerò a Fanano un evento dedicato alle e-bike, un Electric-Day, che sarà una festa con all’interno due gare. La prima una chrono di un chilometro, che si terrà il sabato, la seconda, una short track di 25 chilometri con una formula che sto ancora studiando, che si terrà la domenica. La domenica in contemporanea alla gara partirà la festa. Mi raccomando…possessori di e-bike, non potete mancare al primo Electric-Day della storia.

  1. Tanta passione, fatica e lavoro per questo sport meritano di certo un riconoscimento che, a giusta ragione, è rappresentato dalla fresca candidatura nella Hall Of Fame. Che effetto ti fa il pensiero di salire nell’olimpo dei grandi della mtb?

Grazie ma, non mi sento nell’Olimpo dei grandi, io sono nel mio Olimpo, nel mio mood, nel mio mondo, nella mia confusione mentale, nel mio sogno. Di grandi ne ho conosciuti tanti, quello sì. Grandi erano tutti coloro che arrivavano alla fine della Black Snake, ad esempio, e vederli arrivare è stata per vent’anni la mia più grande soddisfazione, la mia “medaglia”.

Certo, sapere che qualcuno ti ha nominato per un riconoscimento di tale importanza, mi fa un immenso piacere, ma, io sono una persona umile e ciò che conta di più per me è la passione, non la medaglia.

  1. Scambiando due parole con te sul tema gravity, più propriamente sul dh, una delle affermazioni che più mi ha colpito è stata “i bike park in Italia non funzionano”. Mi sorge spontaneo chiederti il perché se ogni anno c’è gente che migra verso Portes du Soleil ed altre località del genere. Mancano strutture di qualità o la ragione è da cercare altrove? Secondo il mio parere, anche se piccole realtà, abbiamo piste molto belle e tecniche su cui imparare e migliorarsi.

Mah…domanda complessa. Di sicuro in Italia manca la mentalità del bike park e un altro difetto di noi italiani è essere troppo modaioli. Considera che la storia dei bike park in Italia è stata molto particolare. Quei pochi che c’erano nel 97/98, come ad esempio Pila in cui proprio nel 97 si corse un campionato italiano, sono riusciti a tenersi aggiornati ed a sopravvivere, molti di quelli che sono venuti dopo si sono trovati senza utenza. Se guardi la situazione attuale tra tutti quelli che ci sono, forse solo 3 o 4 riescono a mantenersi con piste e strutture aggiornate. Gli altri viavacchiano, vuoi perché le località non ci credono, vuoi perché sono concepiti con strutture troppo difficili, vuoi perché sono privi di manutenzione. Insomma, non vedo un gran futuro per i bike park in Italia, vedo una grande spinta per l’enduro ma, sai, il mondo gira e gira molto velocemente, quindi ciò che penso oggi domani può trovar smentita. Guarda cosa è successo con lo standard delle ruote sulle mtb. Viviamo in un caos ma…va bene così.

  1. Never stop riding” un modo di dire che forse rispecchia la tua filosofia di vita.Hai dato tantissimo alla mtb e per me intervistarti è stato un onore. Come al solito la mia ultima domanda non è una domanda, bensì, uno spazio libero per aggiungere qualcosa…

Never stop riding assolutamente, penso che finché le gambe gireranno qualcosa farò, mio nonno ha pedalato fino a 82 anni!!!!! Sai quale era il mio sogno? Fare un mondiale a 70 anni, solo che già nel 2008 ho iniziato a mettere gli occhiali e già lì il sogno è un po svanito, ad ogni modo…si pedala…sempre e comunque. Si esce con gli amici, si fa qualche sfidetta (che non deve mai mancare) e ci si continua a divertire.

Un ultima cosa voglio aggiungere e la metto per ultima per dare risalto a tutta questa bella chiaccherata.

Vorrei ricordare Corrado. Corrado era una persona con un coraggio immenso, una bella persona pronta ad aiutare il prossimo, molto riservato, con una riservatezza che a volte mi metteva in imbarazzo. Io l’ho sempre trattato come era lui: un vero signore dall’animo rock.

Mi ricordo ancora quando ci affidarono i mondiali master in Val di Sole, fu il primo che chiamai e gli dissi “tu e la banda venite a fare il mondiale?”. Lì per lì mi disse no, dopo qualche giorno ricevetti la sua telefonata in cui mi diceva “oh ma sai che qual giorno compio 50 anni?Vengo a festeggiare”. Fece un progetto, chiamato Progetto 50 e venne a fare il mondiale ed insieme quel mondiale l’abbiamo vinto. Era una grande persona, mancherà moltissimo a questo movimento, mancherà moltissimo a tutti noi che lo conoscevamo. Corrado era un grande. Ciao Corrado.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *